fbpx

Ho sempre fatto finta di amare i Fugazi

Leggilo quando hai 9 minuti

Io odio i Fugazi.
Chiariamo: questo non è uno di quegli incipit furbi che puntano ad incuriosire il lettore, ma che poi vengono smentiti con l’andare del pezzo in maniera più o meno paracula. “Odio i Fugazi [miliardi di battute che tergiversano] perché sono la più grande band di sempre”. No. Io li detesto sul serio e preferisco dirlo chiaro all’inizio, così vi fate un’idea di con chi avete a che fare.


Partiamo dal principio. Se un po’ per tutti la vita è fatta di stagioni, non è per niente unanime cosa le definisca. Per tantissimi anni, nel mio caso, le ha definite la musica. 

La prima stagione è quella della scoperta, quando sei piccolo e ti trovi a condividere lo spazio in casa, ma soprattutto in auto, con dischi con cui nelle stagioni successive non vorrai più entrare in contatto. È il primo stadio, quello alla fine del quale sei chiamato a tagliare il cordone ombelicale. Non ho problemi con chi a quarant’anni vive coi genitori, ma ne ho parecchi con chi a venti ascolta i dischi del padre. 

La seconda stagione è quella della socialità, quando realizzi che la musica esiste nella vita dei tuoi coetanei, che la puoi ascoltare con loro e ne puoi parlare con loro. È quel frangente in cui nei pomeriggi coi compagni di scuola fai essenzialmente le stesse cose che facevi prima, ma con la musica in sottofondo ed è da quel particolare che pensi di non essere più un bambino. Sono anni bui quelli, un circolo vizioso in cui la musica crea il gruppo che a sua volta impone gli ascolti e li compatta. All’inizio sei contento di esserci dentro, ma presto o tardi i tuoi orizzonti si aprono e tutto diventa troppo stretto. C’è questa percezione di te che ti si disegna in testa e che di colpo non sei più disposto a transigere dal rendere concreta. È la terza stagione, quella dell’autodeterminazione, ed è un calvario senza senso da cui credo di essere uscito in piedi soprattutto grazie alla musica. Il punk rock è ciò che mi ha permesso di smettere di sentirmi inadeguato e realizzare che, anzi, il non essere per forza di cose in linea con quel che mi viveva intorno non fosse necessariamente un problema mio. Letta così fa ridere, se non hai mai avuto quindici anni.

La cosa bella della terza stagione è che ad un certo punto finisce e non solo tu stai quasi certamente meglio di quando ci sei entrato, ma puoi anche permetterti di abbassare la guardia e ridiscutere le ferree convinzioni che ti ci hanno portato fuori, perché ormai hai le spalle larghe. 

La quarta stagione quindi è quella della maturità, il momento in cui la musica costituisce finalmente un grande universo da scoprire per il proprio piacere personale, liberi da vincoli sociali o limitazioni autoimposte e scevri di tutta quella voglia di dimostrarsi migliori o peggiori degli altri sulla base dei propri gusti musicali. È il traguardo e chi ci arriva, purtroppo non tutti, lo fa con un corredo più o meno esteso di cicatrici. Alcune sono ormai semi-invisibili, altre orribili e impossibili da celare, ma le peggiori sono quelle rimarginate male, quelle che al primo movimento sbagliato si riaprono e tornano a sanguinare.

I Fugazi sono la piaga purulenta della mia maturità musicale, il gruppo per cui non sono mai riuscito a venire a patti col fatto che non mi piacesse. Perché è vero che l’ho menata per quasi mille battute con l’autodeterminazione, la crescita individuale e via dicendo, ma è anche vero che “no man is an island” e mi pare quasi superfluo dover precisare che per capire cosa vuoi diventare sia necessario guardare ad altri che sono sul tuo stesso sentiero, possibilmente più avanti. Se c’è una verità assoluta, sul mio sentiero, è che i Fugazi siano una band imprescindibile.

Hanno tutti i requisiti per esserlo, d’altronde. Volendo lasciare per un attimo da parte la musica, sono composti da ex membri di band seminali e di culto per l’intera scena, ma soprattutto si sono arroccati su una linea DIY di un’intransigenza rara, che ha fatto di loro un modello di etica musicale ben oltre la ristretta nicchia di genere in cui si collocano. Numi tutelari, in pratica, non fosse che i loro dischi non mi sono mai andati giù. Non li ho digeriti al primo ascolto, quando il mio vero animale guida era un tipo con la fissa per gli alieni che non faceva altro che parlare di Fugazi (forse per smarcarsi dal fatto di essere universalmente identificato come lo scemo del villaggio), e ho continuato a farmeli andare di traverso anche dopo, negli anni in cui qualsiasi recensione leggessi o dibattito online seguissi su questo o quel forum, finiva sempre e comunque a tirarli in ballo. Scoprire di non apprezzare i Fugazi mi aveva riportato nella condizione di sentirmi inadeguato. Di nuovo. Non proprio come ripartire da capo, ma certamente rimettendo un po’ tutto in discussione. Un discorso che va ben oltre la musica.

Mi piacerebbe essere una persona sicura di sé e forse oggi in certi frangenti riesco anche a sentirmici, ma i Fugazi sono una spintarella involontaria al tavolo su cui si erge il mio castello di carte ed è per questo che li odio, perché stanno lì a ricordarmi uno dei miei difetti più grandi.

Negli anni ho speso ore ascoltandomi i loro dischi, ancora e ancora, ciclicamente. Ho probabilmente ascoltato più volte loro di gruppi di cui ho i dischi sullo scaffale, non esagero, sempre con l’obiettivo di capire cosa ci fosse di sbagliato, quale fosse la chiave per risolvere questa incongruenza. Ogni volta che mi imbatto nell’argomento, finisco a risentirmi una roba loro con l’idea che magari qualcosa sia cambiato e che, finalmente, possa ricevere la tanto agognata illuminazione. Non succede mai, ne esco sempre ed inesorabilmente sconfitto. 

Anni fa fingevo addirittura mi piacessero. Non in maniera spudorata, mai stato capace, ma semplicemente dandoli per assodati come fa chiunque. La fortuna di avere un problema con un gruppo letteralmente indiscutibile è che non ne devi discutere mai, sarei potuto andarci avanti per sempre. Spero non abbiate idea di quanto faccia sentire stupidi ed ipocriti millantare appartenenza ad un contesto di cui si fa parte essenzialmente per non dover millantare appartenenza altrove. Così dal mentire sono passato a glissare, fino ad arrivare al coming out, ma sempre convinto di essere io l’ingranaggio guasto nella macchina. Ancora oggi è una reazione istintiva, che non mi capita con nessun altro gruppo o disco.

In questi giorni compie 20 anni The Argument, il loro ultimo disco in studio. Ho appena finito di ascoltarmelo tutto. Ad un certo punto, sul primo ritornello di Full Disclosure, ho pensato: “Eccoci! È la volta buona”. 

Non lo era.

Non lo è mai.