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Canzoni che non c’entrano con la morte

È possibile ascoltare i dischi senza pensare che chi li ha registrati ha deciso di uccidersi? Le mie domande sui Frightened Rabbit.

Leggilo quando hai 14 minuti

Mi è successo spesso di rinvenire da un incubo mentre tentavo di urlare senza riuscirci, come se una forza mi stirasse la bocca impedendomi di far uscire la voce, lasciandomi rantolante. È una cosa comune, ho scoperto più tardi. Pare che mentre dormiamo il corpo attivi dei sistemi per impedire di farci male, per evitare che sia un grave che galleggia e sbatte dovunque l’inconscio spinga la corrente.

Pare anche che io parli nel sonno. È raro, e uno ha paura che le cose che si riescono a dire bucando il telo dell’addormentamento siano le più profonde espressioni del cervello, l’indicibile che una volta detto non ci si può ricacciare in gola; invece sono perlopiù frasi senza senso, come accendere e spegnere a caso l’autoradio. “Hai parlato nel sonno stanotte, lo sai?” “No, non me n’ero reso conto, che ho detto?”; “Boh, non si capiva.”

Ho fatto un incidente con il mio gruppo mentre tornavamo da un concerto poco prima di Natale di due anni fa. Era notte fonda, o mattina prestissimo, dipende da che parte la si guarda, e aveva piovuto dal pomeriggio, forte, implacabile, senza mai smettere. Ero sul sedile del passeggero del furgone quando ha cominciato a roteare, colpito fortissimo sul retro. Siamo andati in testacoda, abbiamo sbattuto di qua e di là, i finestrini si sono frantumati, le gomme sono esplose, l’airbag è scoppiato. Mentre il furgone roteava e le luci catarifrangenti del guardrail diventavano strisce confuse all’orizzonte che si sovrapponevano l’una sull’altra, aspettavo la botta finale che avrebbe fermato la carcassa su cui stavamo ruotando, e che mi avrebbe ucciso. Sarei morto sentendo quell’odore di pneumatici esplosi fortissimo sul mio naso, sarei morto rendendomene conto, e avendone paura, per qualche secondo. Per tutti quei secondi ho urlato, e ho sentito la mia voce uscire libera, il mio corpo mi ha dato un feedback, non era un incubo, stavo davvero morendo in autostrada dentro a un furgone con i miei compagni di band. La botta finale poi non è arrivata, il furgone si è fermato in mezzo alla strada e noi non siamo morti.

Nei film gli incidenti stradali durano quei pochi secondi, ma poi il montaggio stacca sui minuti dopo, quelli che passano tra il momento in cui sopravvivi e il momento in cui i soccorsi arrivano e puoi dirti davvero al sicuro. Non sono importanti qui, non è importante ciò che è successo, ma è importante che ho avuto paura di morire, e ho tentato di recuperare la lucidità che mi serviva per salvarmi, perché non volevo morire lì. Senonché, forse, qualche mese prima non me ne sarebbe importato poi molto.

La notte dopo l’incidente ho dormito dai miei, con la luce accesa, perché avevo paura che col ritorno del buio avrei di nuovo sentito il rumore dei finestrini che esplodono, e quella puzza di gomma bruciata, subito, non appena chiusi gli occhi. Non volevo dormire, volevo stare sveglio, rendermi conto di esserlo. Faceva freddo, era quasi Natale, le coperte erano pesanti, in salotto l’albero era addobbato. Non ci ho pensato in quel momento, ma in estate ero nel pieno di una crisi depressiva, avevo appena iniziato i farmaci e nessuna mia volontà faceva più contatto con un qualche senso di piacere. All’inizio avevo paura di andare a letto, perché se di giorno ero preda di crisi di panico che non mi facevano respirare, cosa avrebbe potuto succedermi di notte, quando la mia testa era libera di costruire il peggiore dei mondi possibili pronto a schiacciarmi senza neppure il filtro dell’inverosimile? Quel corpo inerte come un sacchetto di plastica in mare sarebbe potuto finire ovunque. Invece ho dormito tanto, e profondamente, per tutta l’estate, svegliandomi al mattino solo perché davvero non si può dormire tutto il santo giorno, anche se io avrei solo uno stato di letargia che durasse il tempo necessario per svegliarmi guarito, se non felice. Dopo un po’ ho capito che dormire non mi faceva paura, perché con la volontà se ne va anche la fantasia, con la voglia di vivere anche la paura di morire. Faceva caldo, il letto era una carta moschicida, il silenzio era quello sporco del motore del frigo e del ventilatore.

Dopo quell’estate le cose sono andate meglio, piano piano, finché non c’è stato quell’incidente. Dopo quell’incidente anche le cose sono andate meglio. Nonostante mi sembrassero due sferzate violente di accanimento del destino su di me, solo ora mi rendo conto che in un caso non mi importava di morire, perché qualsiasi cosa era meglio di quella vita, e quindi tanto valeva passarla in un torpore perenne; nell’altro caso avevo avuto un terrore tale di morire che anche dormire ci assomigliava troppo per quello che potevo sopportare.

Ma poi, dicevo, le cose sono andate meglio, e ho fatto una cosa che faccio spesso quando con la musica non so che pesci pigliare: ho cercato una frase che descriveva bene un mio stato d’animo. “I feel better”.

È stato così che ho conosciuto i Frightened Rabbit, e quando li ho ascoltati per la prima volta, Scott Hutchison si era già ucciso in quel modo lì.

Scott, quando smette di suonare tra una canzone e l’altra, ha quell’aria da impostore scoperto, si gratta la testa mentre guarda in basso, dà solo degli sguardi furtivi al pubblico e con un forte accento scozzese fa qualche battuta per rompere una tensione che lo sta forse mangiando vivo. La gente ride, lui è effettivamente molto simpatico, e ha un sorriso di quelli che te lo fanno sembrare facile. Conoscere dei dischi dopo che la persona che li ha scritti e registrati si è suicidata, subito dopo averlo fatto intendere da un tweet, ti costringe ad avere una sola lente di ingrandimento sulle sue canzoni, cioè quello che l’ha portato alla morte. Ogni verso è un’avvisaglia, ogni passaggio un presagio, ogni melodia una richiesta di aiuto caduta nel vuoto, ma per quel che ho potuto capire io fare musica ha poco a che fare con il desiderio di morire, e ne ha moltissimo invece con la paura di morire. In un certo senso si scrive musica perché nonostante tutto non vuoi morire, perché il non curarsi della morte è un suono muto.

Un’altra cosa che succede quando scopri una band in queste circostanze è che tutto ciò che sai di lei lo sai perché ha registrato dei dischi, dei concerti. Se so che Scott Hutchison si comporta in quel modo sul palco è perché qualcuno l’ha filmato. Insomma, ciò che so, nonostante i Frightened Rabbit non esistano più e non possano esistere più, è dovuto al fatto che in qualche punto della nostra storia come umanità abbiamo trovato il modo di fissare per sempre un atto irripetibile e unico, come suonare una nota e pronunciare una parola. Nel caso di Scott, a lasciarmi senza risposte è il modo in cui ogni parola che pronuncia è sempre in tensione tra due stati d’animo, come se da un capo tirasse un’energia vitale, e dall’altro una specie di rinuncia sconsolata. Immagina di dire una parola, sia essa “dolore”, o “scoiattolo”, o “ciotola”, nei pochi secondi che ti servono per farla uscire come suono dalla tua gola la inizi con una carica melodica folk, e la chiudi con una malinconia sofferta. Lo sento nell’attacco di “Get Out”, nella strofa di “An otherwise disappointing life”, nell’intera costruzione melodica di un pezzo disperato come “Fast Blood”, e quando si passa da parola a puro suono, nei cori che chiudono “Holy”.

A proposito di pronuncia: il modo in cui pronuncia “Get out” a 0:40 <3

Non so bene come succeda, ma nella voce di Hutchison c’era questa doppia anima sovrapposta che svelava l’inganno, per il quale una parola non è mai solo ciò che significa, ma anche il momento in cui la pronunci, il modo in cui lo fai, il suono che ne esce, e non importa che una registrazione l’abbia catturata per sempre in una sola esecuzione. In qualche modo è riuscito a metterci anche tutto ciò che di solito, in un atto fonetico, va a perdersi per sempre.

Siamo abituati a confrontarci con opere di persone scomparse, e a rileggerle anche in base a come sono morte. A me sembra di conoscere Scott perché è pieno di canzoni sue, e video in cui le suona, ancora vivo. Ma mi dispiace così tanto non riuscire ad avere un altro sguardo sulle sue canzoni, non riuscire ad ascoltarle dimenticandomi che è morto, perché in fondo è solo una persona che è stata malata di depressione finché non ha più ritenuto sensato vivere, e ha deciso di buttarsi in un fiume. E questo con la sua musica non può e non deve centrare per noi che la ascoltiamo. La cosa che leggo di più fra i messaggi postumi che gli vengono tributati è qualcosa come “la tua musica mi ha aiutato a superare molti momenti bui”, quasi come se il sottinteso fosse “se ha aiutato me, come ha fatto a non aiutare te che l’hai scritta?”, o peggio ancora “come ha fatto a ucciderti?”.

Dicevo, ora va meglio. Sto smettendo con i farmaci. L’incidente mi ha lasciato una gran paura dell’autostrada al buio mentre piove, ma è ok, è gestibile. Sto ascoltando i Frightened Rabbit tantissimo, non perché ho bisogno di superare qualcosa, ma perché mi piacciono, mi piace come Scott usa la voce, come riesce a sembrare viva anche se non la potrò mai sentire dal vivo, le canzoni e i dischi sono di una bellezza che fa quasi male. Ho paura di morire, e mi sembra una bella notizia. Che mi si soffochi in gola l’urlo o che esca squillante farà soltanto la differenza tra dormire o essere sveglio. Se Scott invece ha deciso di farla finita non è per colpa sua o della sua musica. Anzi, semmai queste canzoni sono la prova che semmai ci ha provato fino in fondo.