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2 is megl che 1

Leggilo quando hai 5 minuti

La cosa più bella del fare la classifica di fine anno è scoprire nei mesi immediatamente successivi quanti dischi avrebbero potuto (e magari dovuto) entrarvici. Succede sempre così, ed è una cosa che mi diverte molto.
Questi primi quaranta giorni del 2014 non hanno fatto eccezione, visto che le mie giornate scorrono con in sottofondo due chiacchierati dischi dell’anno passato.
Non essendomi preso la briga di ascoltarli in tempi utili, mi prendo quella di spenderci due righe a riguardo.
Mi piace notare il fatto che si tratta di due album diametralmente opposti per contenuto e motivi che mi hanno tenuto alla larga da loro fino ad oggi, ma molto simili per livello di apprezzamento e quantità di rimpianto per non averli ascoltati prima.
Cominciamo con i Touché Amoré. Ecco, io i Touché Amoré non me li sono fondamentalmente mai cagati. La scelta di optare per quello che è probabilmente il nome di band peggiore della storia della musica in questo senso non ha sicuramente aiutato.  Però ho pensato, da vecchio volpone quale sono, che se tutti ne parlavano in toni entusiastici un motivo ci doveva essere. Ed effettivamente un motivo c’è, perché si tratta di un gran bel dischino che ne ha un po’ per tutti i gusti.
Voglio dire, può piacere a chi è incazzato, perché tra urlacci e chitarroni c’è di che sfogarsi.
Può piacere a chi è un po’ giù di morale e magari si sente un po’ solo, perché tra urlacci e arpeggi malinconici può trovare un po’ di conforto e, perché no, una piccola spinta.
Credo possa piacere anche a chi invece conduce una vita serena senza particolari crucci, perché questo disco contiene fondamentalmente un sacco di buona musica.
Insomma, qua si urla e si fa un bel po’ di baccano, ma lo si fa con criterio, con la giusta dose di genuinità e in meno di mezz’ora. Si tratta sicuramente di un ascolto non immediato, a tratti pure ostico. Una volta però riuscito a superare l’enorme ostacolo del nome di merda, vi assicuro che ho trovato di che gioire.

L’altro dischino che mi sta regalando moltissime soddisfazioni è l’ultimo dei Sigur Rós. E qui le cose cambiano parecchio perché, a differenza dei Touché Amoré, i Sigur Rós sono da moltissimi anni un mio grande pallino. Pallino che mi ha regalato molte soddisfazioni e che mi ha portato nel corso degli anni ad investire su di loro tempo e parte del mio poco denaro. Il mio ritardo all’approccio di questo Kveikur è solo e unicamente colpa mia. Più in particolare di alcune mie valutazioni errate. Ancor più in particolare della mia enorme testa di cazzo. Perché si, ve lo dico chiaro e tondo, nelle ultime uscite gli islandesi erano riusciti a farmi girare abbondantemente le palle, portandomi a considerarli come una schifosa banda di freakettoni che mai più avrebbe potuto regalarmi soddisfazioni in ambito musicale.
Bene, Kveikur riesce a darmi del coglione a ogni traccia.
Perché si tratta di un disco pazzesco. Cupo, oscuro, pesante. Senza gli orpelli hippie di Með suð í eyrum við spilum endalaust (si ragazzi, l’ho googlato) e lontano dalla noiosa pochezza di Valtari.
Più lo ascolto e meno riesco a trovare qualche difetto realmente influente. Mi piace tutto. Perfino la copertina mi fa impazzire. E in virtù di ciò mi sento in dovere di non aggiungere altro.
Voi che da brave persone lo starete già ascoltando da diversi mesi potrete capirmi.
E magari perdonarmi per l’articolo smaccatamente old.
Purtroppo io più di venti dischi all’anno non riesco ad ascoltarli, qualcuno, per forza di cose, me lo perdo.
Non per niente è da un decennio buono che propongo di fare le classifiche di fine anno ad aprile/maggio dell’anno successivo.
Nessuno mi ha mai filato.
Maledetta casta.