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Tell All Your Friends forse non è neanche un disco

I 20 anni di Tell All Your Friends. Un disco irripetibile, e che racconta del modo paranoico ed effimero con cui facevamo musica.

Leggilo quando hai 11 minuti

Su una Punto blu stiamo attraversando una di quelle strade dritte, strette senza curve, che si stagliano come fili della luce tra due fossi; a sinistra la laguna, a destra campi e vecchi casoni in rovina. Dalle parti di Jesolo ce ne sono tanti di posti così, tutti si assomigliano al punto che noi ci siamo persi, come puoi fare solo quando hai diciannove anni e non ti informi granché prima di partire. Siamo a Chioggia, dobbiamo andare a Jesolo, da mare a mare cosa potrà mai andare storto? È estate, siamo sette amici, due macchine. Suoniamo tutti, ognuno ha una band diversa, e anche alcune band in comune, abbiamo suonato assieme in tanti progetti nati e morti e nati morti. Abbiamo litigato un po’ di volte per le stesse ragazze, per alcune dobbiamo ancora litigare, alcuni di noi non si sono ancora ripresi per davvero. Sono le sei di mattina e a Jesolo non ci siamo mai arrivati, fa già caldo e il sole è già abbastanza alto da fare una bella luce azzurra, l’autoradio della Punto ha i CD che ci masterizziamo con la roba che ci arriva fresca da WinMx e Soulseek.
Parte un riffino di chitarra pulita, è un arpeggio tra i più semplici, su cui decine di gruppi pop-punk hanno costruito fortune, e decine di migliaia di gruppi che ancora le fortune non le hanno si sono scoperti songwriter, “sta roba funziona”, e ci hanno costruito un pezzo, poi un altro ancora, poi un disco intero, e li hanno suonati ai concerti, la maggior parte squallidi, alcuni di una certa importanza, poi si sono sciolti senza che a nessuno importasse qualcosa tranne a loro.
La chitarra è leggermente bagnata con un flanger, è un effetto che fa suonare le cose un pochino plasticose e appunto umidicce. Entra la batteria, semplice e dritta, fa “clac clac”, chi suona la batteria sa che è quel suono che si ottiene appoggiando la bacchetta alla pelle del rullante e alzandola/abbassandola come una sbarra sul ferretto, non so avete presente quasi tutta Under the Bridge dei Red Hot Chili Peppers? Ecco, ci siamo capiti penso. È un trucchetto a buon mercato che si usa nelle intro, per fare un ingresso dolce.
Sembra tutto un sogno. L’atmosfera si carica di nostalgia quando partono le note di sintetizzatore. Il sintetizzatore è uno strumento esotico, al limite del proibito, se ascolti punk-rock, o l’emo che ancora non si sa bene cosa sia nel 2002 in Italia, però c’è chi giura di saperlo bene, e che non abbia nulla a che fare con ciò che si dice sia, e conosce tutte le declinazioni, dall’emocore all’emoviolence all’emopunk. Per questo un sintetizzatore spiazza, è un cambio di genere automatico, una sirena, fermi tutti cosa sto ascoltando. Non fai in tempo a renderti conto di cosa stia succedendo, e Great Romances of the 20th Century esplode: la batteria sembra affondare in un vortice, quelle chitarre che dominano tutto il disco, metalliche e squillanti, ma anche lontane, come se le sentissi suonare dalla cantina, avvolgono in una coltre di foschia estiva la voce di Lazzara.

Il disco è Tell All Your Friends dei Taking Back Sunday, e spiegare cosa significhi senza cercare di capire come suona è impossibile, e forse persino inutile. Perché Tell All Your Friends è un disco irripetibile, assomiglia a una cosa di cui sei testimone per caso, che non avevi mai visto prima e a cui non eri pronto ad assistere, perciò ogni tentativo di riprodurla è solo un ricordo inquinato di cui sai che non ti puoi fidare molto. In un certo senso, Tell All Your Friends è tutto il contrario di un disco, una cosa che puoi riascoltare mille volte e far suonare sempre uguale. Viene quasi da giurare che se lo avessero reinciso altre dieci volte subito dopo averlo terminato la prima, non gli sarebbe mai venuto così, così imperfetto.
Tell All Your Friends ha quel suono solo suo: due voci protagoniste, quella immatura e naif di Adam Lazzara, che trascina americanamente le semivocali, e quella roca e carica di pathos, più elegante di John Nolan. Come una persona in due stadi diversi della vita, i due si rincorrono nei testi e nelle canzoni, dialogano, litigano e si completano le frasi. Dietro, una batteria esile accelera e rallenta come quando hai fretta in una strada trafficata, e le chitarre bagnate sono gocce di condensa di quegli anni, quella musica, quelle persone, dell’emo di quegli anni. Sta tutto in quella sensazione di umido. Non si può raccontare, ma per fortuna si può sentire. Basta mettere in play la traccia 3, Cute Without The E, i quattro accordi di chitarra iniziali: è quel suono lì, quella roba lì è il nuovo millennio che inizia, i novanta che finiscono.
Quando un periodo storico finisce e declina in uno nuovo si sceglie per convenzione un momento che fa scattare il passaggio, ma non funzionano così le cose. Per Tell All Your Friends è diverso: il modo in cui è costruito per essere irripetibile, per proiettarsi solo lungo il suo minutaggio e poi svanire come qualcosa di non registrato, sembra proprio quel lampo che fa finire qualcosa e ne fa iniziare un’altra. Il suo stesso destino di disco è di autodistruzione. I Taking Back Sunday di Tell All Your Friends non sopravvivono a Tell All Your Friends: John Nolan lascia la band mentre lo promuovono in tour, si porta via il bassista con cui fonda gli Straylight Run, mentre Lazzara continua con la band e fa altri dischi negli anni, e le cose gli vanno anche piuttosto bene. Ma bene in un altro modo. Tutto il sogno su cui è costruito Tell All Your Friends svanisce come quando ci svegliamo, e non ricordiamo bene come siamo finiti lì. Ed è un po’ come ci sentiamo in quell’auto, sperduti da qualche parte non sappiamo bene quale della laguna veneta all’alba di una notte d’estate, mentre torniamo al campeggio e non ci siamo mai arrivati a Jesolo. Tell All Your Friends è il nostro disco preferito di quel momento, un po’ di tutti noi. Ci piace l’emo, lo suoniamo, abbiamo un po’ tutti iniziato col punk-rock di metà anni Novanta, adesso stiamo evolvendo i nostri gusti, chi con l’indie rock, chi con l’hardcore, o con questo emo che sembra una roba grossa e al tempo stesso futile, la più futile tra quelle alternative, anche se non si capisce bene in che direzione stia andando, se quella che dicono i media e internet che ne sanno, o quella che dicono i veterani della scena, quelli che ne sanno ancora di più pare. Tra noi c’è anche uno che non suona, non ha mai suonato, ma va pazzo per i Taking Back Sunday, sembra che il disco l’abbia scritto lui da come lo canta. Siamo un gruppo di persone che sta assieme per la musica, e se non ci fosse la musica non avremmo granché da dirci forse, non saremmo stretti tra una Punto e una Fiesta, smarriti da ore nella laguna senza che ce ne freghi granché di non essere mai arrivati al locale. Sappiamo che una cosa come questa è irripetibile, e Tell All Your Friends è il disco che la racconta meglio di tutte. Quelle chitarre bagnate, quelle voci che si rintuzzano paranoiche, quel sintetizzatore disturbante, quella batteria veloce che ci fa fare il fingerpointing in aria sono quell’alba stessa, sono un’estate ancora lontana dalle estati lunghe due settimane, sono le band in cui suoniamo e con cui vorremmo conquistare tutto, copiando se necessario, non ci importa, e di cui oggi non sono rimaste che foto e profili myspace, sono le ragazze che ci siamo fregati come Nolan e Jesse Lacey dei Brand New, sono le prove dei gruppi che abbiamo fondato e sciolto subito perché erano solo un pretesto per riempirci le giornate, sono la sensazione che tutto questo possa durare in eterno o solo pochi minuti, e in fondo un disco non è altro che questo crudele paradosso.
Tell All Your Friends ha compiuto vent’anni sabato, e non è niente male per un disco che non si poteva più rifare uguale già vent’anni fa.