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Summer, Slowly

Leggilo quando hai 10 minuti

Non ho davvero idea di cosa mi spinga a continuare a suonare. Voglio dire, nella concezione di un quadro generale, che senso può ancora avere per me?
È una domanda che mi pongo già da diverso tempo, anche se nell’ultimo anno si è fatta sempre più impertinente. Un anno bislacco, dove l’impossibilità di coprirmi di ridicolo dietro a due tamburi rappresenta, letteralmente, l’unico avvenimento positivo accaduto al mondo della musica.
Negli anni passati a fare lo scemo con due bacchette in mano ho incontrato diverse persone che a un certo punto hanno deciso di mollare, preferendo impacchettare la strumentazione e svenderla in qualche mercatino per concentrarsi su lavoro e famiglia. Mi capita spesso di pensare a loro. Musicisti preparati, dalle grandi capacità e con una naturale predisposizione. Ragazzi che più volte ho invidiato a morte, perché avrei fatto carte false per avere anche solo un decimo del loro talento.
Non parlerei di priorità, né tantomeno di scarsa passione. Bisogna considerare fin troppe variabili, quando la vita si mette in mezzo è assolutamente comprensibile assistere a scelte diverse.
Ridurre la mia ostinazione a suonare al fatto di non aver mai combinato nulla nella vita sarebbe superficiale e anche piuttosto inesatto. Il non aver mai combinato nulla nella vita è sempre stato un enorme deterrente, un ingombrante ostacolo che non ho mai potuto ignorare e che fin troppe volte si è messo in mezzo, facendomi inciampare in maniera goffa e maldestra.
Non è facile rintracciare la ragione che negli ultimi vent’anni ha modellato la mia testardaggine, servirebbe scandagliare a fondo il mio rapporto con la musica anche se si tratta di una strada parecchio tortuosa.
Sicuramente la spinta decisiva non arriva da una necessità artistica. Sono irrimediabilmente scarso e ho sempre considerato l’arte una cosa fin troppo grande per me. Ammirarla dall’esterno, accarezzandola di tanto in tanto, è sempre stato più che sufficiente.
Potrei buttarla sul sentimentale e dire che è tutta una questione di amicizia, di rapporti che considero tutt’oggi fondamentali. E sarebbe vero. Potrei davvero chiuderla così, ma non voglio. Preferisco di gran lunga insistere con la narrazione dove i miei amici sono tutti dei giganteschi pezzi di merda, sceneggiatura che continua a regalarmi enormi soddisfazioni.
Il mio rapporto con la musica è sempre stato un duello, una rissa a mani nude con il passare del tempo, con il fisiologico invecchiamento del mio corpo e del mio modesto spirito. Con tutte le raccomandazioni sul crescere che sentivo da bambino e, soprattutto, con tutte quelle aspettative poste su di me dalle persone a cui tengo di più che di anno in anno ho brutalmente disatteso.
La musica ha spesso assunto le sembianze di un capriccio, l’ennesima manifestazione d’immaturità di una persona di poco conto. Si è trasformata in un doloroso promemoria di come abbia sempre utilizzato il tempo nel modo sbagliato, sprecandolo nei modi più superficiali e ridicoli. È una sensazione amara che è dura a morire. A volte si fa talmente imponente da sommergermi con rabbia, altre, quando mi illudo di poterla controllare, mi appesantisce spalle e cervicali, come se indossassi una maglietta fradicia. Spesso ho sperato che la musica potesse avere il potere di arrestare il tempo, di cristallizzare non so bene nemmeno io cosa. Non essendo chiaramente possibile, mi sono accorto che nonostante tutto suonare mi offre la possibilità di spostarmi, di quando in quando, su una diversa linea temporale. Dove la mia età non ha un gran peso e dove fallire riesce addirittura a vestirsi di un’aura di fanciullesco romanticismo.

Summer, Slowly dei Benchmarks è un ottimo vademecum. Un trattato estremamente brillante che a mio avviso centra perfettamente il nocciolo della questione. Tra le tante problematiche dell’invecchiare secondo me ce n’è una in particolare che si presenta come realmente infida e di complessa risoluzione. Sono sempre più convinto che il vero problema non siano tanto i cambiamenti che irrimediabilmente modificano l’ambiente che ci circonda, quanto la difficoltà nel trovare un modo per stargli dietro. Comprenderne le dinamiche e adattarsi di conseguenza. Adeguarsi più che reinventarsi. Maturare più che cambiare.
Io sono la stessa identica persona di vent’anni fa e per questo mi faccio schifo. D’altro canto, ho visto molta gente che con il tempo ha finito col dimenticare completamente il passato e devo dire che non mi piace neanche questo. Esiste sicuramente una zona franca da qualche parte, lì nel mezzo, ed è un po’ quello che cerca di raccontare Summer, Slowly. La complessa ricerca della giusta misura, del difficile equilibrio tra ideali, aspettative e realtà. Di come spesso sia difficile far quadrare tutto senza dover abbandonare convinzioni, speranze e posizioni attorno le quali si sono costruite barricate al solo scopo di difenderle.
Il tempo non l’ho mai capito, sarà per questo che non ho mai trovato la giusta misura e sarà per questo che posso vantare una lista infinita di errori imperdonabili.
Eppure con la musica è sempre stato tutto diverso. La musica rappresenta tuttora l’unico frangente in cui posso tranquillamente affermare di non avere particolari rimpianti. Paradossalmente, tutto ciò lo devo al fatto di non essere mai cambiato, di essere rimasto la stessa persona. Oggi come a vent’anni, rifarei tutto e lo rifarei nello stesso modo. Sempre conscio dei miei enormi limiti e sempre disposto ad imparare, anche da chi, con tutta probabilità, non ha mai avuto nulla da insegnarmi.
Non mi sono mai azzardato a definirmi un musicista e mai lo farò. La perenne disillusione e la mia sconclusionata ingenuità mi hanno permesso di godermi ogni misera soddisfazione e di fregarmene bellamente delle delusioni, arrivate in un numero sensibilmente più cospicuo.
Probabilmente i due percorsi seguono regole troppo diverse, ma non posso non chiedermi cosa sarebbe successo se avessi avuto il coraggio di approcciare la vita alla stessa maniera della musica.


Summer, Slowly ha avuto su di me un impatto tanto clamoroso quanto inaspettato, ed è facile capire perché. Si tratta di un disco che parla a quelli come me. Quelli un po’ incapaci, a cui piace farsi prendere a schiaffi. Quelli che preferiscono ruminare, perché cercare di rimediare agli errori è decisamente troppo faticoso.
È un disco che esplora paure comuni ma non per questo meno paralizzanti. Il fantasma di ritrovarsi da soli, il sentirsi messi al muro quando il tempo sembra davvero scaduto. Fortunatamente per loro, i Benchmarks non hanno la mia stessa visione della vita e riescono in maniera credibile a vivere le sfide quotidiane con un briciolo di speranza e di fiducia, riuscendo a considerare aspetti che troppo spesso do per scontati, come ad esempio il passare un paio d’ore a strimpellare in una stanzetta 2X2 che profuma di sudore e piscio. Sembra assurdo, ma Summer, Slowly riesce a donarmi forza e voglia sufficienti per sbattermi ancora un po’. Per non darla vinta al tempo, almeno per adesso.
Ho capito che mi mancava suonare nel preciso istante in cui ho realizzato che la musica è l’unico ambito della vita dove ho dimostrato un dignitoso grado di maturità. L’ho capito al primo colpo mollato sul mio rullante scordato, quando mi sono ricordato di quanto sia scarso e di quanto poco la cosa mi importi.

It’s funny how seasons change in spite of all our plans