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Questa cosa del disco dell’anno ha sempre avuto poco senso.

Leggilo quando hai 9 minuti

Negli ultimi anni ho iniziato ad ascoltare tanta roba che da giovane non ho mai preso in considerazione. Un po’ è normale ampliare i propri orizzonti andando avanti, de-radicalizzarsi, ma mentirei se negassi che parte del problema è la proposta che i generi che mi hanno cresciuto portano alla mia attenzione in questi fulgidi anni venti. È possibile che la mia soglia di attenzione sia decisamente più bassa, ma in fin dei conti le robe più eclatanti o chiacchierate riescono in ogni caso a finirmi in mano, prima o dopo, e l’opinione che mi faccio di loro è grossomodo sempre la stessa.
Quest’anno è stato Glow on dei Turnstile, l’anno scorso Melee dei Dogleg: due ottimi dischi che ho ascoltato tanto, ma che fin da subito ho avuto l’impressione non avessero i numeri per stanziare nel clan piuttosto ristretto dei dischi che superano la loro stagione.
Ho una teoria in merito.
È come se ci fosse una soglia, o meglio, una capienza limitata nel nostro cervello per un determinato suono. Per alcuni la scatola è più grande, c’è chi ci fa stare più cose, ma alla fine si arriva sempre ad un punto in cui non c’è più spazio e, purtroppo o per fortuna, non c’è modo di liberarne o crearne di nuovo. Questo si traduce nel fatto che sei mesi dopo aver “consumato” un disco appena uscito e averne parlato con tutta la tua bolla come del nuovo caposaldo del genere, quando il cervello ti chiederà di metterti in cuffia qualcosa che rimandi a quelle sonorità, di quanto ti fosse piaciuto il nuovo dei Turnstile non ti ricorderai e, nove su dieci, andrai a riprendere un vecchio disco. Una roba che all’epoca non era presente nelle classifiche di fine anno di nessuno, con ogni probabilità neanche nella tua, ma che per tanti motivi che con la musica hanno poco a che spartire si è guadagnato una posizione d’onore all’interno del tuo recipiente, andando a diventare il paradigma di quel che hai in mente quando vuoi ascoltare quel suono lì. Esauritosi l’effetto novità, non ci saranno più ragioni per ascoltare qualcosa che ti ricorda quel che ti piace, se puoi ascoltare direttamente quel che ti piace.
È una faccenda che ha a che fare con l’invecchiare, credo, più che con la musica derivativa. Quando hai vent’anni è tutto nuovo, a quaranta è tutto già sentito. Non è colpa dei Turnstile, dei Dogleg o di chi verrà domani se finirò per dimenticare i loro dischi, la colpa è mia e del mio recipiente ormai colmo.
Ci ho creduto davvero, a questa cosa.


Intorno a Maggio di questo discutibile 2021 sto perdendo il mio tempo su Facebook e mentre scorro i vari contenuti mi imbatto nel post di uno di quei gruppi nostalgici che dimostrano inequivocabilmente come la piattaforma ormai abbia per utenza unicamente anziani mezzi falliti con la sindrome di Max Pezzali (a partire da chi scrive). Nel post è linkato il video di Small skeletal dei Crime in Stereo, io clicco play e mi succede quello che succede a tutti quando ascoltano uno dei loro gruppi preferiti: quella sensazione fisica per cui percepisci la musica dentro la pancia e senza accorgerti stai già alzando il volume oltre quanto sia lecito fare nel contesto in cui ti trovi, perché quel contesto è diventato la canzone che stai sentendo. Non c’è null’altro.
Il dettaglio per nulla marginale però è che io i Crime in Stereo non li ho mai sentiti prima di quel momento, per un’assurda questione di superficialità che me li ha sempre fatti confondere coi Death by Stereo e, di conseguenza, ignorare senza rimorso. Con buona pace del mio recipiente colmo, mi ritrovo illuminato sulla via di Damasco.
Commento il post e chiedo maggiori informazioni, ma dentro di me è già in atto un processo di elaborazione a cui non sono più abituato. La sensazione non sia un bel pezzo di cui mi dimenticherò a breve si sta facendo largo a spallate tra le mie teorie, ma è ancora deboluccia. “Un pezzo non vuol dire niente –penso – Non basta”. Quando cerco di razionalizzare ad ogni costo finisco col vendermi delle cazzate senza senso, abbiate pietà. Intanto però attacco a parlare con un ragazzo che mi suggerisce di recuperare due dischi: …is dead, che è quello da cui è preso il pezzo che mi ha incasinato il cervello, e il precedente The troubled stateside. Se avete anche solo intuito il genere di persona che sono, capirete da soli che la prima ragione per dargli ascolto sia dimostrare a me stesso che della mia teoria non c’è da dubitare.
Il problema è che The troubled stateside, quello che sarebbe dovuto essere il disco più acerbo e utile più che altro a valutare la crescita che il gruppo ha fatto con …is dead, finisce per travolgermi ancora più di quanto avesse fatto quel pezzo ascoltato per caso su Facebook poco prima. La cosa è completamente inspiegabile. Prendi Bicycles for Afghanistan, per esempio, che è forse l’apice del disco. Come fa a non suonare stantia o stucchevole nel 2021? Non ha nulla di neanche vagamente originale: non le melodie, non i riff o le ritmiche e neanche quei maledetti cori incrociati sul finale. È un mix di robe ultra sentite e che oltretutto ho in larga parte rivalutato in negativo con gli anni, probabilmente anche per quanto sono state usate male. Prodotti analoghi di norma li cestino senza dubbi, quando proprio va di lusso mi mettono giusto la voglia di riascoltare i Grade (o i Taking Back Sunday, non voglio sembrare un intellettuale). Invece questo disco dei Crime in Stereo mi abbaglia come, davvero, non mi succedeva da parecchio tempo.

La mia nuova teoria quindi è che non sia davvero colpa mia se il bel disco dei Turnstile non è destinato a superare l’infatuazione del momento e rimanere con me negli anni che verranno, perché io in realtà sono ancora recettivo anche per questo tipo di suono, nella mia scatola si può fare spazio. Nonostante vent’anni abbondanti di overdose da questa roba posso ancora mettere su un disco mai sentito prima, che non ha davvero nulla di nuovo sotto nessun aspetto, e innamorarmene alla follia.
Serve solo che sia qualcosa di più di quel che siamo ormai soliti definire “un bel disco”.
Il mio disco del 2021 è The troubled stateside dei Crime in Stereo ed è uscito nel 2006.