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Tre Kelvin

Il basso è un mistero, ma ti fa stare bene. Come la radiazione di fondo.

Leggilo quando hai 9 minuti

Avevo una terrazza grande a casa dei miei genitori, anche più grande della mia stanza, con due ombrelloni imponenti, le sdraio, delle sedie e un tavolo di plastica su cui mangiare e che alle intemperie si coprivano di quella patina grigia granulare che non si riusciva a levare neanche con un getto di vapore, delle piante di cui i miei genitori si prendevano cura in modi opposti, che di loro raccontavano più delle parole: lui con operazioni lente e sistemi scientifici automatici, lei con colate di affetto sovrabbondanti eppure costanti.
Dalla mia terrazza vedevo il palazzo di fronte, gemello del nostro, ma senza una terrazza così generosa, e poco spostato a destra il giardino vero e proprio, più un grande parco che stava in mezzo agli altri stabili del condominio come il palco in un’arena. Erano passati già molti anni dalla mia prima sigaretta quando ho fumato la prima sigaretta sul terrazzo. Non avevo divieti, non lo avevo mai fatto per rispetto, per non dare il dispiacere di vedere un figlio fumare. Sapevano che lo facevo, era sufficiente così, perché farli scendere fino alla cantina di questa consapevolezza? 
Prima di sconsacrare anche il terrazzo con un vizio che non mi piace più da tanto tempo ormai, quello era il luogo della non sigaretta, di quei sei minuti che mi prendevo per non fare assolutamente niente e fermarmi a guardare il giardino, fermo e imperturbabile anche lui. Era un po’ come tornare non fumatore, cancellare la memoria di tutti i giorni passati dalla mia prima sigaretta, che avevano legato per sempre una circostanza al bisogno di accendermene una. 
Questo, pensavo, è un momento in cui normalmente mi fumerei una sigaretta. Non lo sto facendo. Non ho voglia di farlo. Ne ho fumate tante, troppe in momenti in cui nemmeno lo volevo. Non mi pesa. Perché funziono così?
Prendermi quei minuti sul terrazzo nelle sere primaverili aveva un sapore diverso. Mi affacciavo ed era tutto in silenzio. Era lì che scrutavo meglio il silenzio e ci notavo un rumore di fondo che non sono mai riuscito a identificare; assomigliava a un treno che passa lontano, lontanissimo, ed emette un fischio. 
I binari della stazione del mio paese non erano poi troppo distanti dal mio terrazzo, ma mi pareva improbabile sentirli davvero, che si facessero strada così bene in un silenzio che sì, era rarefatto, ma non puro. Stavo lì ad ascoltare, e chiedermi perché sentissi quel treno solo in primavera, e poi sparisse per tutto il resto dell’anno. O ero io a non concedermi altrettanti momenti così? Sentire quel rumore era una rivelazione, sembrava dirmi che le cose sarebbero andate meglio, l’estate sarebbe arrivata, avrei passato le serate a bere con gli amici, sarei scoppiato di caldo, avrei fatto partite, sarei andato a concerti, non avrei dovuto preoccuparmi di pioggia, di impegni invernali, di esami, di lavori. Ascoltavo il silenzio, e lui mi rispondeva “avrai tempo”. Tanto mi bastava per non sentire il bisogno di fumare una sigaretta. 


A scuola avevo studiato la radiazione cosmica di fondo di 3 Kelvin. Un lievissimo ronzio captato da un’antenna radio che doveva comunicare con un satellite in orbita alla fine degli anni ’60, e che proveniva di uguale intensità da ogni direzione. Hanno ipotizzato che questa radiazione, della lunghezza d’onda di poco più di sette centimetri, sia un residuo del Big Bang. Esisteva quando l’universo era una massa concentrata e puntiforme, poi esplosa e dilatatasi fino alle dimensioni ciclopiche attuali, e la radiazione sarebbe un rumore di fondo che lo testimonia, come la coda di un fischio. Onde della lunghezza di circa sette centimetri corrispondono a quelle che emergerebbero da un corpo alla temperatura di 3 Kelvin. Sì, è molto più scientifico e meno poetico di così nella realtà, ma sono rimasto schiacciato da questa storia, perché ha cambiato il modo in cui vedo le cose, le categorie, le relaziono tra di loro, mi spiego i fenomeni. Non posso capire tutto; certe cose sono spiegabili ma non comprensibili, e sono le cose a cui mi attacco di più. Il mio occhio non può vedere onde più lunghe di 0,0005 millimetri. Figuriamoci quante cose dell’universo non so comprendere. Eppure pensare che ci sia qualcosa che tiene tutto insieme, un piano su cui poggiamo, mi permette di mettere in relazione tante cose che forse sono meno sghembe di quanto non appaiano. Allora sul terrazzo quello era diventato il mio appuntamento con la radiazione di fondo, una luce abbagliante di miliardi di anni fa che mi ero convinto di poter sentire, che mi ero convinto venisse a bussarmi nelle sere di aprile per dirmi “è arrivata la primavera, hai tempo”.


Death Rays dei Mogwai è una canzone che mi ascolto ogni volta che voglio dialogare con quello che non sento ma che percepisco.

È una canzone che mi risveglia l’amore per uno strumento che non ho mai suonato, il basso. Il basso non piace a nessuno, a parte i bassisti. È uno strumento bistrattato, mai riconosciuto, di lui si dice sempre quella stucchevole massima del “te ne accorgi solo se non c’è”; dicono anche che il bassista in un gruppo sia quello che non scopa. Ci sono persone che credono esistano chitarre con quattro corde però più grosse. 
Per me il basso è un enigma come la radiazione di fondo, e in Death Rays è lui a parlare. Non te ne accorgi subito. All’inizio ricalca le mosse della melodia, come fa un padre che ti tiene per il portapacchi la prima volta che provi una bicicletta senza rotelle, poi stai andando, dici “wow papà”, ti giri, tuo padre ha mollato la presa trenta metri più indietro, ti guarda a braccia conserte soddisfatto, ti spaventi e cadi, dopo i tuoi primi trenta metri di bicicletta in equilibrio da solo. 
Intorno a 1:30 il basso si stacca, ancora non te ne sei accorto ma si stacca. A 1:47 il ritornello esplode, il basso si distorce e inizia il suo giro soddisfatto, e tu ti giri. Attorno ai 2 minuti ti spaventi, ai 2:11 cadi per terra. La canzone va avanti, l’incazzatura con papà passa subito, perché capisci perché ti ha mollato, e vuoi fare un altro giro, subito. 
Il basso prepara un letto su cui distenderti, guardare avanti, o guardare in alto, pensare che hai ancora tempo, che non tutto è perduto, che tutto è in espansione più che in contrazione, che certe cose non le puoi riconoscere anche se le senti e va bene così.