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La OST perfetta per una vita anonima

Leggilo quando hai 10 minuti

Non è questione di essere asociali.
Non credo, almeno. Sono un tipo che in compagnia sta abbastanza bene. Certo, se le persone sono quelle giuste è meglio e probabilmente ho limato moltissimo gli iscritti a questa categoria negli anni, ma penso davvero di essere uno che, messo in una stanza con altra gente, ci possa stare senza desiderare la morte e, anzi, riuscendo spesso a godersela oltre le aspettative.
Ciò nonostante, ho questa tendenza a sentirmi veramente a posto con me stesso quando ho la possibilità di chiudermi dentro la musica che sto ascoltando in cuffia, isolandomi, fino ad occultare completamente tutti i suoni che vengono da fuori. Lì la situazione cambia, la mia percezione del mondo esterno cambia e diventa un film. Mi piace assistere a quel che mi sta intorno come fossero immagini su uno schermo accompagnate da una colonna sonora, soprattutto se mi trovo circondato da altre persone. Fare questa cosa in viaggio, mentre esploro in un posto lontano da casa, credo sia la cristallizzazione del mio concetto di benessere, ma è un fenomeno che può tranquillamente avvenire mentre sono al supermercato a fare la spesa. Sono momenti in cui io smetto di percepirmi come parte del contesto in cui sono e mi trasformo in una sorta di spettatore, con la musica ad accompagnare le immagini e la testa che può starsene a rincorrere pensieri e suggestioni che il mix audiovisivo porta a galla.
Adesso dico una cosa stupida: l’imprinting da cui nasce questa mia attitudine credo sia dovuto all’aver visto un numero irragionevole di volte Il segreto del mio successo nei miei primi dieci anni di vita. Parlo di quel film in cui Michael J. Fox si trasferisce a New York: ci sono queste immagini di lui che si approccia alla Grande Mela mentre sotto tuona una OST imbarazzante (e bellissima) che non si sovrappone ai rumori dell’ambiente, ma li sostituisce in tronco. Ecco, io non ho mai voluto essere Michael J. Fox né ho il pallino di realizzarmi attraverso il successo lavorativo, ma ogni tanto mi piace vivere la mia vita come se stessi guardando un film insignificante (e bellissimo) di fine anni Ottanta.

Una band anonima

Credo ci voglia parecchio coraggio ad usare dei dischi monumentali come OST della propria vita. A meno di essere qualcuno la cui esistenza è davvero eccezionale, cosa di cui sarebbe meglio chiedere conferma a terzi (mamma esclusa), il rischio è che la musica si rubi la scena. Se c’è un bel disco che suona ha la mia attenzione, totale e incondizionata, non posso farci niente. Siamo in macchina e stiamo chiacchierando quando parte, boh, Slower? Ecco, sappi che io non ti sto più ascoltando. Qualunque cosa tu stia dicendo, per quei 5 minuti e 46 secondi per me la tua voce sarà una frequenza di disturbo a cui il mio cervello applica in autonomia il noise cancelling. Non esisti più. Non prenderla sul personale, non è colpa tua.
Possiamo discutere quanto questa cosa sia bellissima o terribile, potremmo anche farci due domande sulla mia capacità di concentrazione e sulla “fortuna” di essere nato quando non era così in voga diagnosticare disturbi dell’attenzione o atteggiamenti compulsivi, ma il punto nodale a cui vorrei arrivare ora è che nella mia vita non c’è spazio unicamente per i dischi belli ed imprescindibili, un’incredibile quantità di volte quello di cui ho bisogno sono dischi sottofondo. Musica che supporti l’esistenza di chi scrive sapendo stare “un passo indietro”, perché i contenuti della mia quotidianità non sono solidi abbastanza da giocarsi le luci della ribalta con i dischi che amo e hanno quindi necessità di una colonna sonora che ceda il passo, che tenga insieme il tutto senza rapirmi dal qui e ora in cui mi trovo.
D’altro canto però, deve anche essere musica in grado di farmi alzare il volume.

Nelle ultime due settimane c’è un disco che mi si è incollato addosso e che è perfetto per questo scopo. Me lo ha girato una delle tre persone (contate) con cui ancora mi capita di condividere musica(1). Non è un disco memorabile, ma ha le caratteristiche giuste per diventare uno dei miei ascolti più solidi e ricorrenti nei mesi a venire. Si chiama New Preoccupations.
Usando una citazione interna al testo, come fanno quelli bravi o i trapper in balia della codeina, il segreto del suo successo è ricostruire con precisione maniacale un’atmosfera musicale che mi è tremendamente familiare, capace di farmi sentire a casa, di farmi percepire che quello che sto guardando è il mio film, lasciandomi però libero di viaggiare con i miei pensieri. Se dovessi raccontarlo per similitudini, probabilmente partirei col dire che è un disco piuttosto vicino a quel gioiellino che è The Everglow dei mae, con cui ha in comune sia la capacità di creare atmosfere suggestive usando melodie semplici ed immediate (Harsh light), sia un certo gusto per l’utilizzo di suoni sovradimensionati fino a risultare finti, costruiti e probabilmente anacronistici per il genere nell’anno domini 2022 (Hyacinth). E’ un disco ultra-derivativo, che in alcuni episodi sfocia nel rip-off e ti fa arrovellare su quale pezzo dei Jimmy Eat World sia stato cannibalizzato, riuscendo però sempre a fermarsi quel millimetro prima del baratro (Cologlut). E’ un disco che sa essere radiofonico (Strange interaction in the night), ma anche sufficientemente ricercato quando prova ad alzare il livello (Nocturnalia). E’ un disco con canzoni a mio avviso molto belle e che potrei ascoltare dieci volte al giorno senza che mi venga mai in mente di inserirle in una playlist (Ohio).

New Preoccupations dei Caracara è un disco sottofondo, la perfetta OST di una vita anonima che scorre davanti agli occhi di uno come me quando si prende del tempo per mettere in pausa tutto e, semplicemente, si ferma a godersi il panorama.

1 Da qualche parte leggevo recentemente una riflessione su come sia cambiato il modo di condividere la musica in questa era social. Buttiamo i nostri ascolti online come se là fuori fosse gremito di persone alla disperata ricerca di consigli musicali e che anelano sapere quello che stiamo ascoltando in quel momento, ma siamo tendenzialmente refrattari al cliccare anche solo uno di quei link quando a postarli sono gli altri, sia perché non ci facciamo caso, sia perché convinti a noi non serva. E’ difficile trovare interesse o anche solo curiosità verso qualcosa che è buttato online alla mercè di chiunque, deve proprio succedere che per qualche motivo quel contenuto ci intercetti in un momento favorevole. Quando una persona fisica ti gira un link è tutto diverso, è una cosa personale. Non dipende da chi te lo mandi, né dal legame che hai con questa persona, l’unica cosa che conta è che quella condivisione è diretta a te e te soltanto e, di conseguenza, le attribuisci un valore superiore. Non ho la vocazione a diventare uno di quei boomer che mettono il cartello “No wi-fi: parlate tra di voi” nei loro locali, ma baratterei volentieri tutte le pagine social in cui scorro alla noia link che non cliccherò con una manciata di persone che, ogni tanto, mi scrivano: “Manq, ma lo hai sentito questo disco?”.