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Mistakes / No Mistakes

Leggilo quando hai 11 minuti

La luce del monitor del mio computer è fin troppo luminosa. La definirei abbagliante, il che non è affatto un bene, perché stanca gli occhi e mi fa venire mal di testa. Ho provato in tutti in modi a mettere le mani sulle impostazioni ma non sono riuscito a risolvere un bel niente. Credo, senza troppi giri di parole, di poter iscrivere l’acquisto di questo monitor nella lista dei pessimi affari fatti negli ultimi tempi. Una lista disperatamente lunga.
La testa che rimbomba e gli occhi che lacrimano rendono difficile ordinare pensieri già confusi in partenza. Ci sto già provando da diverse ore, è ormai notte inoltrata e mi piacerebbe riuscire a dare una forma più o meno nitida, un aspetto anche solo superficialmente giudicabile, a ciò che è stata la mia vita fino ad oggi. A dire il vero preferirei fare come Pereira e pensare alla morte, ma ho troppa paura. E ad ogni modo, come hanno già detto in molti, sono più o meno la stessa cosa.
La mania dei bilanci e la necessità di lanciarsi in estese analisi sono spuntate in concomitanza con il mio ingresso, più mentale che strettamente anagrafico, nella mezza età. Ho cominciato a pensare che probabilmente quello che mi ha sempre fregato è l’aver sottovalutato le alternative. Spiegherei così lo schifo con cui mi sono marchiato in tutti questi anni, senza perdere troppo tempo sui come e sui perché. Potrei puntare il dito verso la mancanza di lucidità, di lungimiranza o quella ben più invalidante di intelligenza. O verso il fatto di aver sempre voluto affrontare la vita a testa bassissima, con il naso brutalmente rivolto verso l’asfalto, ostinatamente convinto che i problemi, finché li avessi ignorati, non sarebbero mai esistiti.
Non è mai troppo presto per cominciare a farsi due conti in tasca, tappare qualche buco, stuccare qualche crepa. Io come sempre arrivo tardi, però gli anni che porto sul groppone mi hanno permesso di arrivare alla conclusione che, più che su quello che non è stato, tutta la mia attenzione dovrebbe puntare su ciò che avrebbe potuto essere.
Voglio dire, non ho motivo di struggermi per non essere diventato un calciatore professionista. Del resto non ho mai avuto il piede, il fisico e l’approccio necessari per ottenere anche solo una minuscola chance.
Ho invece parecchio da recriminare sul fatto di essere rimasto fondamentalmente solo, con un ventaglio di prospettive estremamente limitato, se non addirittura inesistente. Mi è sempre stato chiaro che le cose avrebbero potuto andare diversamente e stavolta ho semplicemente cercato di capire come. Ho tentato di focalizzare tutti gli errori, cercando di valutare quelle alternative che spesso troppo distrattamente non ho considerato, nella speranza di dipingere una sorta di immagine parallela da confrontare con quella attuale per rilevare meticolosamente tutte le differenze, come nell’insopportabile giochino della Settimana Enigmistica.  

L’intero processo è estremamente articolato. Non servono solo pazienza e lucidità, ma anche una certa abilità nel trovare un sufficiente equilibrio tra gli elementi. Esistono contesti che si prestano piuttosto velocemente ad un’approfondita analisi, perché forniscono dati più o meno incontestabili. Penso al successo personale e a un certo tipo di benessere socio-economico. Contesti valutabili attraverso aspetti e numeri concreti, sintetizzabili nell’esame del conto in banca, della carriera e del tenore generale di vita. Tutti valori che, nel mio caso, dipingono una situazione quanto mai disastrosa, di generale imbarazzo. Imbarazzo che da tempo si è impossessato di me e delle poche persone che hanno la sfortuna di gravitarmi attorno. Continuo a fingere che tutto questo per me non abbia grande importanza, ma la pantomima ha abbondantemente fatto il suo tempo e ormai non riesce più a convincere nemmeno il sottoscritto. Per quanto doloroso, il bilancio del contesto “materiale” è filato via senza particolari intoppi. Ho raccolto i dati, li ho assemblati e ho successivamente preso atto delle tristi conclusioni che prepotentemente mi si sono parate davanti.
Le problematiche più complesse le ho incontrate quando ho dovuto valutare l’intero comparto delle relazioni personali, scontrandomi con l’impossibilità di raccogliere elementi certi e con la mia difficoltà di interpretazione delle relazioni umane.
Tell me that i was your biggest mistake to my face è un passaggio dell’ultimo disco di Julien Baker che mi fa letteralmente impazzire. Non mi è mai risultato abbastanza chiaro in cosa consista realmente l’universo delle relazioni personali, non ho mai capito le dinamiche e l’ho sempre considerato un mondo non adatto a una persona senza spina dorsale come me. Ho però avuto l’accortezza di accettare questa verità, incamerando con pazienza e curiosità ogni tipo di esperienza, per quanto la maggior parte di queste mi risulti ad oggi assolutamente infelice. In questa condizione di perenne ricerca ricevere un’opinione così diretta, dritta in faccia, sarebbe stato un grande aiuto in vista della redazione del mio storico relazionale.
Quante tra le persone incontrate nel mio disastroso percorso di vita, oltre ai miei genitori, possono realmente considerarmi un errore? Perché? Ma soprattutto, che tipo di errore? Un errore mortifero o un errore utile? Una cazzata causa di imperitura vergogna, o una valutazione sbagliata che ha portato a un netto miglioramento personale dopo aver toccato il fondo?
In entrambe le situazioni ne uscirei comunque malissimo. Talmente male che, preso da un insolito sussulto di dignità, sono arrivato a domandarmi perché debba sempre essere io l’errore. Esiste una remota possibilità che mi permetta di considerare qualcun altro uno sbaglio? Uno sbaglio enorme che mi ha segato le gambe all’altezza del ginocchio, giustificando, anche solo in parte, gli svarioni di una vita.

Stando a quanto dice Julien Baker, no. Non esiste alcuna possibilità di redenzione. L’errore sono io, da qui non si scappa. Ammetto di essere pienamente d’accordo.
Julien Baker ha la capacità di farmi pensare ai momenti peggiori della mia vita senza lasciarmi scampo. Non esistono risvolti positivi né lezioni da imparare. Solo la certezza che i pochi momenti felici di una vita intera sono già esauriti, passati, e che il futuro non ne presenterà altri.
Song in E mi riporta a quel lunedì sera di ottobre, chiuso nella mia macchina, dove avrei preferito essere brutalmente pestato con un piede di porco piuttosto che dover assistere impotente ai miei piani andare in frantumi per l’ennesima volta.
Il there’s no one around who can save me from myself di Bloodshot mi sale lentamente lungo la schiena, ricordandomi tutte le volte in cui mi sono reso conto di averla fatta grossa, tutte le volte in cui ho realizzato che non sarei più potuto tornare indietro. Ogni canzone mi accompagna con grande solerzia in una visita guidata di tutti i miei fallimenti, avendo la commovente premura di ricordarmi ad ogni passo che oltre a me non esiste nessun altro da incolpare.
Non ci sono scuse e non si evidenzia alcuna attenuante. E a dirla tutta non c’è mai stata alcuna velleità di analisi, nessuna intenzione di stilare un bilancio e quindi nessuna conclusione. A ben guardare si trattava solo della persistente voglia di un’ennesima nuotata tra i rimpianti.
Non so perché, ma ho voglia di espormi senza motivo e dire che Little Oblivion è il mio disco preferito di Julien Baker. C’è la batteria, degli arrangiamenti leggermente più ciccioni e sono scomparsi quegli eccessi vocali che nei dischi precedenti mi avevano fatto storcere leggermente il naso.
In casi come questo la musica ha una rilevanza abbastanza relativa. Sono convinto sia più una questione di farsi sotterrare dal dolore e dall’angoscia. Di sputare una risata grassa e sguaiata in faccia a chi è realmente convinto di aver vissuto una vita senza rimpianti.
Con Little Oblivion Julien Baker è riuscita per la terza volta consecutiva a migliorare la mia vita, di fatto, peggiorandola ulteriormente. Un’impresa titanica che merita ogni tipo di celebrazione.