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Il fascino delle auto d’epoca

Leggilo quando hai 13 minuti

C’è un grande fascino che circonda le case di via Canestro.
Quel fascino tipico delle case pre-urbanizzazione feroce che fonde una romantica decadenza al carisma della campagna, caratteristica tutt’altro che desueta in certe zone della periferia veneta. Si tratta per lo più di costruzioni enormi, eleganti, con un giardino gigantesco pieno di siepi ed alberi che cercano, il più delle volte inutilmente, di nasconderne le mura.
Le uniche abitazioni che si distaccano da questa uniformità sono quelle dove da sempre abitano i miei zii, e sono le mie preferite di tutta la zona. Si tratta di case piccole e basse, costruite una affianco all’altra, schierate come calciatori durante l’inno nazionale. Non ci sono recinzioni, nessun muro, sono divise soltanto da un paio di striminziti viottoli in ghiaia. Il giardino è ridotto e scompare timidamente in un fosso che divide il terreno dalla strada. Dietro le case si trova uno spazio ampio, arioso, formato da un paio di are solo parzialmente coltivate.
Accanto a quei campi ci sono cresciuto. Mia mamma mi lasciava dalla zia prima di andare a lavorare e veniva a riprendermi una volta terminato il turno. In via Canestro sto bene. È un posto tranquillo, in tutti i sensi famigliare, che senza troppa fatica sono riuscito a mantenere immacolato, pulito. Legato ad anni inevitabilmente spensierati, privi di brutti ricordi o esperienze spiacevoli.
Lo zio Lino se ne stava lì, appoggiato al muro della casa di mezzo, proprio accanto alla finestra della cucina, ai piedi del gradino che agevola l’ingresso al piccolo portico.
Quando mi vedeva uscire dalla casa della zia si voltava, si scrollava dal finto torpore e si avviava deciso verso la macchina, facendomi cenno di raggiungerlo.
Ti muovi? Dobbiamo andare a prender il pane.
Io me la ridevo di gusto e mi fiondavo verso di lui, goffo e impacciato nel pannolone che mi rendeva il culo ancora più basso ma splendido con quei boccoli biondi che il buon Dio, per qualche strano motivo, ha voluto riprendersi. Ero ancora ignaro di cosa fosse la vita e del grosso pasticcio in cui l’avrei trasformata da lì a una quindicina d’anni. Ero giusto in grado di capire che stavo per farmi un bel giro sulla 131 dello zio, tanto mi bastava.

Lo zio Lino è morto quando io avevo da poco compiuto tre anni e, va da sé, di lui non ricordo nulla. Per me rimane una sorta di simulacro, un alone che ogni tanto mi sembra di notare sul muro della casa, proprio accanto alla finestra della cucina. Tutte le immagini che ho di lui sono scene costruite fotogramma dopo fotogramma, testimonianza dopo testimonianza. Lo zio Lino e il nostro brevissimo rapporto esistono unicamente nei ricordi appassionati dei miei parenti. Ricordi che ho fatto miei e che sono stati tramandati con dettagli così nitidi, dalle fattezze dello zio alla posizione del panettiere dove andavamo ogni giorno, da sembrarmi naturali. Era tutto ciò che potevo fare, nel tentativo di andare oltre i palesi limiti della memoria di un bambino. Non so se sia possibile voler veramente bene a una persona di cui non ci si ricorda, una persona che di fatto non ho conosciuto. Non sono nemmeno in grado di capire se lo zio Lino possa aver avuto un qualche tipo di influenza su di me. So che se adesso mi potesse vedere non sarebbe certo fiero di quello che sono diventato. Probabilmente non mi farebbe nemmeno salire sulla 131 e il pane andrebbe a comprarlo da solo.
Risulta anche difficile riuscire a trovargli un posto, dare una forma sensata alla sua presenza. Del resto non ho fatto altro che crearla artificialmente, seguendo una volontà di convenienza. Come nel montaggio di un film, ho scelto unicamente le parti più romantiche e d’impatto, dipingendo un quadro idealizzato e privo di un qualsivoglia difetto.
Mi accorgo però che il suo ricordo, per quanto costruito, mi piace e non mi stanca mai. Mi accorgo inoltre di quanto mi sarebbe piaciuto applicare lo stesso trattamento a molte altre situazioni della vita. Tenere soltanto le luci e cestinare le ombre. Valorizzare le risate e scordare i pianti.

La 131 è sopravvissuta allo zio per una manciata di anni. Me la ricordo bene, parcheggiata alla buona nel vialetto. Minuta, dalle forme non proprio aggraziate e con la carrozzeria grigio scuro. Delle auto apparse nella mia vita resta di gran lunga la mia preferita e le auto con cui ho avuto a che fare le ricordo tutte alla perfezione. Dalla Ford Ka sulla quale ho imparato a guidare con mio padre alla Y10 del grande Rampa, compagna fedele delle prime scorribande da sbarbati per le strade di questa città maledetta. Dal furgone sgangherato che a momenti si trasformava in una bara di lamiera, alla Ford Galaxy che mi ha mostrato quanto la strada possa anche essere un’esperienza formativa.
Perfino il mio primo vero ricordo legato alla musica è appiccicato alla corporatura metallica di una macchina. Una Panda per la precisione, quella che mia madre guidava negli anni novanta e che nei pomeriggi dopo il lavoro parcheggiava nel vialetto di via Canestro, dietro la 131, prima di riportarmi a casa. Era bianca, con dei cerchioni che assomigliavano a pezzi del Playmobil e degli interni semplicemente agghiaccianti. La tappezzeria dei sedili era di un tessuto ruvido e dalla qualità oltremodo scadente, che manteneva la forma grazie alle estremità che restavano unite grazie ad una specie di guarnizione di plastica, in leggero rilievo, che si stagliava lungo tutta la silhouette della seduta. Quel filo di plastica lo mangiavo. Lo sbranavo ad ogni viaggio. Non mi sono mai chiesto il perché.

Oltre a un bizzarro appeal gastronomico, la Panda possedeva un’autoradio. Una Kenwood antidiluviana con tanto di mangiacassette. Nei momenti morti, quelli in cui mia mamma si intratteneva con la zia, me ne stavo seduto sul sedile del guidatore all’ombra del pioppo nel giardino della vecchia casa dello zio Lino, frugando tra le custodie ammaccate e scheggiate alla ricerca di una cassetta da piazzare nell’autoradio. La scelta ricadeva sempre su quella che in copertina riportava la ruota sgommante di una jeep. La presa perfetta, una ridondanza esemplare. Ascolto in macchina una cassetta con la foto di una macchina, ripetevo ogni volta sentendomi un gigante.
So Far So Good di Bryan Adams è per me un disco fondamentale. Un disco di un’importanza difficile da descrivere o da guarnire con aggettivi ficcanti. Questo è il disco che mi ha spinto a chiedermi cosa fosse realmente la musica, perché la gente la trovasse così fondamentale e quali strani aggeggi servissero per creare una canzone. Al tempo mai avrei pensato che, seppur con risultati disastrosi, un giorno mi sarei trovato dall’altra parte della barricata. Heaven in particolare mi aprì un mondo, grazie al piano sdolcinato della strofa, il riffone del ritornello e quella batteria disperatamente eighties che a nove anni mi sembrava un concerto di cannoni Berta. Ho amato Heaven alla follia e per un periodo discretamente lungo non volevo ascoltare nient’altro, convinto (e lo sono tuttora) che nessuno avesse reali possibilità di avvicinarsi a tale perfezione. L’unico difetto dell’autoradio della Panda era l’assenza del tasto rewind. Non potendo tornare indietro, per ritrovarmi all’inizio della canzone non avevo altra scelta che mandare avanti tutto il disco. Per intero. Un quarto d’ora di alienante ronzio solo per poter sentire il suono del paradiso per quattro minuti. Una lezione di vita, in fondo. Profonda, dura. L’antica massima faticare per guadagnare sbattuta in faccia a un bambino di nove anni.
Avrei voluto lavorare in maniera creativa sui miei primi ricordi legati alla musica, un po’ come ho dovuto fare con la figura dello zio Lino, e in più di un’occasione ci ho provato. Giusto per renderli più interessanti, per rendermi più interessante. Vorrei poter dire che la musica l’ho scoperta con Damaged e che il concerto che mi ha cambiato la vita è stato uno show dei Bad Religion in un locale underground di San Francisco. La verità è che la musica me l’ha spiegata Bryan Adams su una Panda e il concerto che mi ha fottuto il cervello è stato quello di Elio E Le Storie Tese nella cornice tutt’altro che trendy dei campi sportivi di Musile di Piave. Tutto sommato credo mi sia pure andata bene.

Non possiedo un’auto e, se tutto va come credo, non ce l’avrò mai. Dubito potrò mai permettermela. Ci sta, trattasi del processo di raccolta di quello che ho seminato e, se proprio devo dirla tutta, è un aspetto che non mi pesa particolarmente. Non sono mai stato un amante dei motori e anche se navigassi nell’oro una macchina sarebbe all’ultimo posto nella lista dei miei desideri più vergognosi.
Se un giorno mi dovessi trovare nelle condizioni di acquistarla, farei il diavolo a quattro nel tentativo di recuperare una 131. Del resto è impossibile resistere al fascino delle auto d’epoca.
La vorrei di colore grigio scuro, come quella dello zio. Con lo sterzo duro come una crosta di grana e il cambio titubante. L’autoradio però la esigerei di buona fattura. Affidabile, moderna e tecnologica. Perché alla mia età non c’è ragione d’aspettare venti minuti per riascoltare Heaven a tutto volume.