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Corridoio

Perché in un disco contano anche i pezzi meno belli, i momenti più deboli, i corridoi.

Leggilo quando hai 9 minuti

L’Italia centrale fino a pochi mesi fa è stata per me un corridoio. 
Per un periodo che ho passato a Berlino la mia routine era cambiare ad Alexanderplatz la U8 con la U5, e quando lo fai ogni giorno ti rendi conto di quanto sterminata sia quella stazione, e di quanto siano lunghi i corridoi in cui si ramifica. Sono passato sempre davanti agli stessi chioschi di cibo spazzatura e negozi di fiori senza mai fermarmi a prendere nulla, e ho pensato a chi ci lavora, come deve sentirsi a passare la giornata in un corridoio
Non mi ci sono quasi mai fermato in Italia centrale, e ricordo di aver pensato questa cosa mentre scendevo con l’auto fino a Civitavecchia per prendere il traghetto. Agosto, gli Appennini di quel verde bruciato e uniforme ma non piatto, più come una pittura spazzolata, le autostrade in perenne lavoro in corso, i borghi che colano giù dalle colline: è una vita sparsa che non ho mai sentito appartenermi; ho sempre cercato le concentrazioni, le congestioni. Mentre attraversavo il corridoio lo guardavo come si guarda ciò che non si comprende fino in fondo, ma che qualcosa di buono ce lo deve avere per forza. Quel verde lì, quella strada vuota e comunque lenta, quel cielo bruciato di quando il sole è troppo forte e stinge anche l’azzurro li notavo per la prima volta mentre Goodness degli Hotelier si faceva strada nella mia testa finalmente, dopo tanti ascolti diffidenti. 

A febbraio l’afa ti manca da morire, e il verde, quando rimane, si scurisce. In quello stato di insofferenza per i mesi di freddo passati stavo andando al Colorificio Kroen con un macchina di amici per vedere finalmente gli Hotelier dal vivo, dopo aver nel frattempo consumato Goodness per tutta l’estate, l’autunno e l’inverno. Era uno di quei concerti che più si avvicinano più l’ansia ti fa pensare di rinunciarvi, non so se capita anche a voi. Si sono presentati semplici, vestiti come se stessero riordinando il giardino, su un palco semplice anch’esso.
Io ero lì perché volevo sentire i pezzi che mi avevano cambiato la fine dell’anno, e mi avevano accompagnato per tutto quell’agosto incendiario, passato a girare la Sardegna quasi senza sosta, alla ricerca di ricordi che avevo vissuto con la mia famiglia. Volevo tornare alla spiaggia di Buggerru che ricordavo come un paradiso oceanico, e mi sono poi accorto essere una baia di passaggio tra due mete più rinomate.

Volevo vedere se riuscivo a tornare piccolo anche senza i miei genitori e non ci sono riuscito. 

Volevo che suonassero Piano Player, anzi, è più esatto dire che aspettavo suonassero Piano Player. Per me non era in discussione, era il singolo del disco nuovo, era l’unica data in Italia, era anche una delle canzoni più potenti del disco, era solo questione di quando.
Hanno cominciato con con Goodness, pt.2, e fin lì tutto bene. È un pezzo straordinario nella sua semplicità. Ha una lunga introduzione in cui una batteria veloce, forte ed essenziale accompagna la sola voce, e qualche nota di chitarra piegata, che piano piano si fa più insistente, mentre il basso disegna la melodia sotto. Mi piace quando succede, mi piace quando il basso si inserisce in una canzone e ne suona una che sembra diversa, dandole un sapore che non ti aspettavi. C’è un momento magico a 2:02: quando sei abituato alla prima parte, c’è un salto, come un’esitazione, e la canzone cambia, entrano i cori, ti accompagnano con A little bird from the side of sidewalk sings me hymnals of comfort in pain. Said”give me you all disarmed and uncertain and I promise that I’ll do the same” e in giorni come questi di silenzio totale mi sembrano le promesse più calde che possa ricordare, per superare l’incertezza. 

Sono successe tante cose in quel concerto, come succedono tante cose nel disco. La più affilata che ricordo è l’attacco di Settle the Scar. Anche lì è il basso che mi si infila sotto la pelle, quando entra sotto l’incrocio di chitarre dondolante. C’è Soft Animal che si ferma un paio di volte implorando make me feel alive, c’è l’atterraggio lento e dolce di Sun sui tre minuti, prima di riavviare il motore qualche volta. 
Una cosa non è successa a quel concerto: Piano Player. Sono usciti senza suonarla, non l’hanno suonata, ciao a tutti. 
Quando ascolto i dischi riesco a fondere tutte le canzoni, a considerarle una stanza di un appartamento, riesco a vivere anche nei corridoi. La concezione che ho io degli album è che siano un percorso, che l’ordine delle canzoni conti eccome, che sia ok metterci degli intermezzi, delle introduzioni, delle conclusioni. Che più momenti come il secondo minuto di Goodness, pt.2 o il terzo minuto di Sun, o il ventitreesimo secondo di Settle the scar ci sono in un disco, più il senso del viaggio è compiuto e illuminante, più c’è il modo di apprezzare l’Appennino bruciacchiato, una strada che vale non tanto per dove ti porterà ma per ciò che è.

Anche perché poi quella strada non è detto che ci sia anche al ritorno, non va data per scontata.

Sono sbarcato a Civitavecchia, ma il corridoio nel frattempo era crollato sotto i colpi di un terremoto violento, e ripercorrerlo a ritroso per tornare nella mia stanza mi ha dato l’impressione di essermi accorto di un dettaglio troppo tardi. La macchina di amici che è tornata dal concerto degli Hotelier al Kroen era piena di persone che oggi non si parlano più, non si vedono più, con alcune non avevo mai parlato molto, con altre sì, e ci parlo ormai poco. In generale, tutto si è un po’ rarefatto rispetto a quei giorni, e non è che fosse così tanto tempo fa. Ma ascolto ancora i dischi cercandoci dei singoli momenti che li valgono, quelle stanze tiepide e illuminate in cui sentirsi bene, ma ho accettato che senza i corridoi accedervi farebbe un effetto diverso. 
Ci ho messo dei quadri in corridoio. Spero sempre che chi passa per casa mia li noti, anche solo per un istante.