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Ascoltare, per non arrendersi alla pandemia

A un certo punto, durante la pandemia, mi sono accorto che era cambiato in peggio anche il modo in cui ascolto la musica. Un disco mi ha aperto gli occhi.

Leggilo quando hai 17 minuti

Se devo fare un bilancio degli ultimi dieci anni, ho scoperto più gruppi ai live che su internet. Da un lato può significare che mi sono evoluto come consumatore di musica. Tuttora credo che sui forum o su reddit esista la parola “lurker“, che identifica quel tipo di utente che si registra ma che si limita a un ruolo di spettatore, senza mai prendere parte alla discussione. A pensarci non c’è nulla di male, sulla carta. Sulla carta appunto, perché nel mondo reale, e poi in quello digitale che non è altro che una fotografia ipersaturata del mondo reale, un lurker che impatta con una dimensione sociale genera una sorta di aura da weirdo, e quindi disgusto e risentimento. Come quando al funerale di un tuo caro si presenta una persona che nessuno conosce, che non saluta nessuno, che assiste alla cerimonia e se ne va senza dire nulla, lasciandoti con un bel po’ di domande e anche una strana rabbia, “guarda che cazzo ha nel cervello la gente per andare ai funerali degli sconosciuti”. Te li immagini vestiti in maniera semplice, elegante, stretti tra un cappello demodé e un paio di baffi pronunciati che incorniciano la pappagorgia, a definire un’espressione seria ma non triste, solo imperturbabile. Un aspetto anonimo. Come un utente che non cambia la silhouette grigia dell’immagine di profilo, e che accanto a “messaggi inviati” e “thread iniziati” ha un minaccioso numero 0.

A lungo mi sono sentito un lurker della musica. Uno che si limita ad ascoltare, ma che partecipa poco alla circolazione.
È falso. Ho devoluto tantissimi dei miei soldi alla musica, fosse per comprare dischi, magliette, per andare ai concerti, in riviste musicali quando si compravano ancora, impianti per ascoltarla bene, strumenti musicali per suonarla; appunto, suonare, non proprio una cosa da lurker salire su un palco. E poi scriverne, aprire un blog, persistere in quest’idea malsana e fuori moda che la musica si possa raccontare, che di musica si debba parlare. Ma al cervello di tutto questo importa poco, e la differenza tra ciò che fai e come ti percepisci può costruire cattedrali sul nulla, e nella mia cattedrale mi sedevo a pregare chiedendo perdono per essere uno che andava poco ai concerti, perché essenzialmente per me organizzarmi è una pena insormontabile, di troppo superiore all’appagamento che si prova sotto a un palco. Vale per i concerti, ma vale per qualsiasi cosa che vada programmata, un pic nic, un giretto, una gita, una cena sui colli.

Per esempio, questi sono gli Shelt, li ho scoperti a un live.

Mi sono evoluto come consumatore di musica perché ho scoperto più gruppi ai live che ascoltandoli su internet quindi? È una cosa che potrei affermare, se non fossimo nel mezzo di una pandemia mondiale che ha cancellato il live come concetto, seppure in modo temporaneo. La realtà è che mi sono involuto, e piuttosto che dare la colpa a me la do volentieri a Spotify, che ogni volta all’apertura offre un assist chirurgico alla mia pigrizia proponendomi gli stessi dischi, e finisco per ascoltarne 4 o 5 l’anno, in modo ossessivo, quasi senza voglia. Di recente ho preso anche la pessima abitudine a creare playlist, una cosa che ho sempre odiato fare. Niente contro chi lo fa, ma va contro i miei ideali, che ruotano attorno alla chiave di volta dell’album. L’album è l’atomo del mio modo di intendere la musica, e uso questa parola perché ne colgo l’ironia. Vuol dire “indivisibile”, ma in realtà è divisibile eccome, tra protoni, neutroni ed elettroni. Anche l’album è divisibile in canzoni, e mi piace raccontarmi che più queste canzoni sono belle singolarmente, più è bello il disco, in una proporzione matematica che non mente.
Beh, è falso anche questo. Ci sono dischi che hanno senso anche se dentro hanno una sola canzone valida, che però è talmente valida da tracciare un solco fra ciò che c’era prima e ciò che ci sarà dopo. Ci sono dischi che per più della metà sono composti da ottime canzoni, ma che non raggiungono lo status di disco bello. Ci sono dischi in cui le canzoni magari sono tutte belle, ma sono disposte talmente male nell’ordine che va a finire che non sono dischi, sono una playlist. Ecco, ciò che odio della playlist è l’assenza di un ragionamento a monte, per definire l’ordine dei brani. L’assenza, in pratica, di un pensiero umano che trasformi il susseguirsi dei brani in un’esperienza a tappe.

L’involuzione del mio modo di ascoltare la musica passa anche per questo frantumarsi del mio credo, che mi ha portato a dare più attenzione alla singola canzone che non all’opera in cui è inserita. I colpevoli di questa crisi mistica li ho scritti sulla mia lista nera, ce li ho chiari: sono i Death Cab For Cutie. Non perché i loro dischi siano delle playlist, figuriamoci, anzi; è dal 2003 che non esce un disco così perfetto, ragionato e miracoloso come Transatlanticism. E in generale, in ogni loro disco c’è una storia che inizia e che finisce, c’è un mood, c’è un senso quadrato: il grunge in Narrow Stairs, l’opera indie in Transatlanticism, il mood crepuscolare in Plans, la new wave in Kintsugi, l’elettronica in Thank you for today.
È che le canzoni singole dei Death Cab for Cutie sono talmente belle che funzionano anche fuori dal loro contesto, e messe dentro al più grande mostro concepito assieme all’industria del tabacco: il greatest hits. Una cosa che ti fa male, ma che ti conforta come niente al mondo.

Alla faccia del greatest hits

Scoprisi impazienti, con una soglia di attenzione bassa, poco disposti a perdonare un passo falso o a esplorare, fa sospettare di essere agli sgoccioli della propria esperienza con la musica. A volte penso che forse questo lungo viaggio che credevo eterno si stia esaurendo, e che esisterà prima o poi un me completamente depurato dal concetto di musica. È un sospetto che mi intristisce, come quando intuisci di fronte a te la decadenza di una fase che ti ha fatto stare bene, ti ha fatto sentire parte di qualcosa.
Ho trovato un antidoto a questo: niente di che, solo mettere su dischi nuovi mentre sono distratto, mentre sto facendo altro, per esempio lavorando o scrivendo, o pulendo. O meglio, non dedicare la totalità della mia attenzione a un disco se lo ascolto per la prima volta. Non essere “intentional”. Ho scoperto che questo è il modo migliore per non bruciarselo in disco, per non finire schiacciati dalla poca pazienza o dalla stanchezza. Adesso quel tipo di attenzione la dedico ai live.
Ma questo è solo un metodo. Per farlo funzionare anche serve la fortuna di incappare in un grande disco.

The Million Masks of God dei Manchester Orchestra è un gran disco, perché l’ho lasciato fare mentre si prendeva la mia attenzione, senza dargliela da subito.
Avevo perso di vista i Manchester Orchestra da dieci anni, quando avevano pubblicato Simple Math. Anche quello era un disco non facile, complesso e stratificato, che non si giocava le sue carte migliori subito, ma le disponeva in un crescendo di cui l’acme erano la title track e Leave it Alone. In mezzo ci sono stati tre dischi, alcuni anche di grande successo, che li hanno resi un unicum per intersezioni; un gruppo che suona un indie-rock melodico influenzato dall’emo, ma che flirta con il post, con l’hardcore, va in tour con chiunque e compare nei dischi dei Touché Amoré, e in questo riesce comunque a mantenere una narrazione propria.
The Million Masks of God è un disco che si mette in moto solo dalla traccia 4, il singolo Bed Head, bella rappresentazione dei Manchester Orchestra più tirati che sono anche quelli che mi lasciano più freddo. Mentre lavoro o scrivo non è che non ascolti la musica, è che si appiattisce sullo sfondo della testa, che sta lavorando su dei soggetti a fuoco. Dopo una canzone introduttiva, due pezzi dimenticabili e questo primo colpo a segno, TMMOG diventa un immersione sempre più profonda nel lirismo ispirato e tutt’altro che verticale della band. E ha un apice. Verso la fine del disco, dopo la passeggiata sul piano con Annie, il momento intimo di Telepath, e gli echi dei Balmorhea in Let it Storm, Obstacle inizia saltellante alla chitarra acustica, e le solite melodie di Andy Hull magistrali nel cambiare sempre direzione all’improvviso. Obstacle sembra una lunga suite destinata a non salire mai, mantenendosi tra arpeggi che si intrecciano. A 2 minuti e tredici però succede un miracolo, è lì che ho staccato la testa da quello che stavo facendo e il disco mi ha chiamato per nome.
Il fatto è che se adesso correte a prendere quella canzone e andate a quel minuto non succederà niente, direte che sono il solito sensazionalista che grida al miracolo per niente, per una semplice melodia vocale in saliscendi che fa esplodere una canzone. E avete ragione, ma il punto è proprio questo, che certi momenti di certe canzoni hanno senso solo nel disco in cui si trovano. Mi piacciono gli album perché ti fanno sentire in un percorso, si fanno trovare come i punti di ristoro sul tracciato di una maratona, e quando giri l’angolo e li vedi apparire guardano proprio te, ti porgono una bottiglietta, e tu incredulo ti metti una mano al petto tutto sudato e dici “ma per me?”.

Sono stati mesi duri quelli che viviamo, ciclicamente sono persino durissimi, come il lungo inverno tra il 2020 e il 2021 in cui pareva che non si potesse far altro che lavorare al mondo. Tornavi a casa dall’ufficio e una città spettrale, vuota, con tutte le saracinesche abbassate stonava con l’ora dell’orologio in un modo a cui non ho mai voluto abituarmi: le 19, ed è già tutto finito qua, e domani ricomincerà uguale nella sua aridità. Come rimettere su sempre la stessa canzone. Una canzone, quando la metti in loop, è bella, poi eccitante, poi bellissima, poi irrinunciabile, e ascolto dopo ascolto va ad erodersi e ad appiattirsi finché non ne distingui più inizio e fine, ma tutto si scioglie in un unico flusso, mentre la tua testa è da un’altra parte, e a un certo punto si chiede “ma che cosa sto ascoltando, e da quanto?”.
Ascoltare musica è anche un atto ripetitivo, io lo faccio spesso, perché sto bene anche quando cerco un appagamento monodimensionale. Ma quando cerco l’esperienza, cerco il disco, come si apre e come si chiude, che strada sceglie per portarmi a un certo momento che mi dà i brividi.
Questa pandemia ha pelato le nostre esperienze di tutte le parti “non essenziali”, dove per essenziale si è sempre inteso il dovere. Come se la salute mentale non lo fosse, essenziale. Quando mi sono ritrovato a vivere giornate tutte uguali, tutte senza prospettiva, tutte senza la possibilità di sapere come sarebbe stato il mondo di lì a poche settimane, una voce dentro di me ha iniziato a chiedersi che senso avesse fare quel sacrificio. Se tenere in piedi la società in cui vivo, che pure è privilegiata, significava lavorare poco più di otto ore con una mascherina addosso e per il resto del tempo chiudersi in casa a non poter neppure programmare niente per prudenza, per scaramanzia, o per il semplice essersi disabituati all’esperienza del non essenziale, allora avevamo poco di diverso dagli insetti, e forse non ne valeva la pena. Nessun percorso, nessuna canzone per quanto brutta, nessun momento di redenzione.
Gli album non vendono più e Spotify spinge per far rilasciare una canzone singola, non più lunga di 3 minuti però che sennò poi disturba, rompe i coglioni, e spessissimo mi raccomando, almeno ogni mese, perché se no si smette di parlarne. È un mondo che non mi appartiene più molto. Ho bisogno degli album, anche di quelli brutti, o di quelli come questo, che ti aspettano fino alla quarta canzone, e poi ti ammazzano alla nona. Ho bisogno di un percorso che prenda una strada inessenziale, e per un po’ mi ero dimenticato di sentire questo bisogno, ma mi era mancato dolorosamente.