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Al di là del vetro

Una volta stavo ascoltando Morning View degli Incubus mentre ero su un treno per il lago, per vedere un mio amico che stavo lasciando andare.

Leggilo quando hai 11 minuti

Si avvicinò a me, mi prese la mano come non si vede spesso fare tra maschi, nemmeno a quell’età, e mi disse con tono grave, ma con un viso quasi inespressivo “Mi stai rovinando il compleanno.”
Rimasi paralizzato da quella predica così secca. Non ebbi nemmeno la forza di ribattere, perché invece che reagire, come si fa spesso a dodici anni senza pensarci troppo, iniziai immediatamente a riflettere sul comportamento che avevo tenuto fino a quel momento alla festa. 
Ero sempre stato un bambino esuberante; ho saltato la ricreazione del mio primo giorno di scuola elementare perché avevo fatto troppo casino le prime due ore e la maestra mi aveva messo in punizione. Un esordio col botto. Anche alla festa stavo dando spettacolo, esaltato dal contesto, dal trovarmi in mezzo a tutti i miei compagni, e dalla presenza della ragazza che volevo a tutti i costi. Io ancora bambino, lei già ragazza anche se coetanei. Purtroppo per quei due/tre anni funziona così, tutto sta nell’amministrare con dignità quel ritardo naturale, e io non credo di esserci riuscito granché.
Al compleanno di Giacomo, che non è il suo vero nome, nella sua casa di campagna urbanizzata, eravamo ancora alla fase del giocare in giardino. Del dopo, ricordo solo una infinita partita a Monopoli, ma io ormai ero immerso nel senso di colpa, sdoppiato fra l’unico me che credevo fosse esistito fino a quel “Mi stai rovinando il compleanno”, e quello che aveva iniziato ad esistere da quel momento, il me percepito. Il me che faceva cose di cui non mi rendevo conto, il me che non era così un grande come credeva. La mia vita da infallibile è finita con quelle cinque parole. 

L’amicizia tra me e Giacomo è nata lenta. Eravamo due secchioni diversi: io non portavo né occhiali né apparecchi per i denti, graziato dalle principali sventure dell’infanzia; lui con gli occhiali, la pelle olivastra, vestiva con quel senso di confezionato che raccontava più di una madre apprensiva che di lui stesso. Aveva un’intelligenza e una simpatia raffinate, troppo forse per il paese in cui vivevamo, non era riuscito ad adattarle ai topoi del branco, e questo aveva finito per confinarlo progressivamente nel novero degli sfigati. Io ero lontano dall’incarnarli, ero sempre andato per una strada mia, ma aveva funzionato per molto tempo. Siamo anche finiti in banco assieme per l’ultima parte dell’anno scolastico in cui sviluppammo un’amicizia inconsueta. Io sapevo che era molto distante da me, da ciò che mi piaceva fare (non amava né calcio né musica), ma mi cercava, e ho sempre sentito un impulso a farmi trovare da chi mi cerca quando potrebbe cercare altri. 

Un giorno, sul finire dell’anno scolastico mi disse che si sarebbe trasferito in un paese sul lago di Garda e avrebbe iniziato a fare la scuola lì. Non ci saremmo più visti molto. Ebbi l’impressione che ci stesse peggio di quanto non ci stessi io, ma a vederci in quel momento avresti giurato il contrario. È che quel compleanno aveva cambiato tutto. Forse mi sono sentito in debito per tutta la vita, per il comportamento che avevo tenuto, per quella prima volta in cui mi ero sentito di ammettere un errore. 
Due anni dopo, mentre il treno circumnavigava le sponde del lago in una giornata di sole, sentivo la vita ai miei piedi: abbastanza grande per prendere un treno da solo, con dei gusti musicali che per quanto grezzi erano già miei, in attesa di capire dove avrei portato i miei propositi. Per qualche strano effetto fisico, nonostante una giornata splendida, il finestrino del treno era appannato, e io ci passavo una manata ogni tanto per ritagliarmi un frame del paesaggio fuori. Wish you were here, in repeat nel mio lettore cd, sembrava essere stata costruita per quella singolarità. Giacomo mi aveva invitato a passare qualche giorno nel paese in cui viveva e andava a scuola. Non me l’ero sentita di lasciar andare del tutto quel rapporto, e tornai da quel weekend contento di averlo fatto. Mi ero divertito, avevo giocato a pallone, avevo corso in bicicletta, avevo scalato una parete di roccia, avevo preso la canoa. Poi me n’ero tornato a Padova, pronto a entrare in una fase della mia vita del tutto diversa, ma ancora mi portavo dietro quel secondo me che avevo scoperto al suo compleanno. 


Ci misi un po’ a lasciar andare Giacomo. Si presentò a casa mia qualche volta, senza avvisare, mi raccontò della sua vita, delle sue storie. Aveva questo modo così retrò e didascalico di riportare le sue cronache che mi pareva vivesse in un mondo completamente suo. Una volta mi raccontò di una specie di folgorazione che aveva avuto per una tipa che aveva visto passeggiare, e che aveva seguito. Mi lasciò un po’ perplesso, mi fece anche un po’ pena. Non riuscii a dirgli nulla di ciò che ne pensavo, lo stetti ad ascoltare anche se mi sentivo ormai su un pianeta diverso dal suo; anzi, io ero su quello in cui ero sempre stato, sembrava essersi perso lui. Mi invitò a bere una birra qualche volta ma rifiutai, non mi andava molto. Ai due me era già chiaro che non ci interessava più tenere quella corda sfilacciata.

L’ho visto camminare sul ponte del mio paese quasi dieci anni dopo, mentre io passavo in macchina, perché nel frattempo avevo preso la patente. L’ho riconosciuto a stento, non perché fosse cambiato chissà quanto, ma perché era gonfio, con lo sguardo fisso davanti a sé, sperduto, inespressivo come quella volta che mi aveva detto “Mi stai rovinando il compleanno”. Negli anni si erano rincorse voci di lui che era sprofondato sempre di più in una testa incapace di affrontare l’esistenza. 
Aveva pestato e ridotto in pezzi la macchinina radiocomandata di un bambino che aveva incontrato, così, per malvagità, si diceva. Aveva bevuto una tanica di benzina, si diceva. Era scappato ed era finito a Chi L’Ha Visto, e poi l’hanno ritrovato, si diceva. Non ci stava più molto con la testa, si diceva. Ogni volta che sentivo queste voci mi consultavo con quell’altro me con cui avevo nel frattempo imparato a convivere, lasciandogli forse più spazio di quanto avrei voluto o dovuto. “Sono una brutta persona? Avrei dovuto coltivare questa amicizia, invece che lasciarla morire come faccio con le piante in ingresso?” gli ho chiesto per anni, tra le altre cose. 
È che non mi sentivo proprio in grado di affrontare la pazzia, non ne avevo né la preparazione, né la voglia, devo ammettere. Era un problema che preferivo dimenticare, fare finta che non esistesse, invece che capire. Più ci pensavo più vedevo la depressione e la follia come distorsioni della realtà che separavano i due mondi con una chiusura a tenuta stagna, rendendoli non comunicanti, e una volta che Giacomo era passato al di là del vetro ho aspettato che si appannasse, credendo che ormai lui era di là e io di qua, e ci sarei rimasto, e non avrei mai avuto a che fare con gli psicofarmaci, quelli che ti gonfiano la faccia e ti lasciano a camminare da solo su un ponte. Chissà perché ci stava camminando su quel ponte, magari stava semplicemente andando alla fermata del bus. 

Due anni fa gli psicofarmaci ho iniziato a prenderli anch’io, e questa divisione atrio-ventricolare tra il mondo dei sani e il mondo dei pazzi non l’ho più vista così ortodossa, perché mi faceva più comodo, ora che non mi sentivo più così al di qua. Mia madre ha incontrato la madre di Giacomo al supermercato qualche tempo fa, ed è scoppiata in una confessione devastante di come la spirale in cui è caduto abbia travolto tutta la sua famiglia, tutte le loro vite. 
“E Marco come sta?” ha poi chiesto a mia madre. 
Non ho mai capito perché il vetro continuasse ad appannarsi in quel treno.